Tre nuovi accordi (Espansione dei collegamenti aerei, accordi finanziari e lotta alla criminalità) sono scaturiti dal terzo meeting tra i rappresentanti dell’organo taiwanese “SEF – Strait Exchange Foundation” e del corrispettivo continentale “ARATS – Association for Relations Across Taiwan Strait”, incontratisi a Nanchino il 26 aprile scorso.
A meno di un mese dal primo anniversario di presidenza di Ma Ying-jeou, il “Terzo Colloquio Chiang-Chen” ha dunque ulteriormente confermato il nuovo corso politico taiwanese, nettamente più aperto in direzione di Pechino di quanto non fosse fino al maggio 2008, quando è avvenuto il definitivo passaggio di consegne tra l’ex presidente Chen Shui-bian e il già citato Ma.
Preceduto da altri importanti colloqui, uno a novembre in Taipei e uno a giugno in Pechino, il terzo incontro getta le basi di un accordo ancora più importante, attualmente in fase di discussione: l’Economic Cooperation Framework Agreement (ECFA – Accordo Quadro di Cooperazione Economica).
Nato come Comprehensive Economic Cooperation Agreement (CECA – Accordo Globale di Cooperazione Economia), e subito modificato in ECFA in seguito alle proteste dell’opposizione interna, che considerava la dicitura CECA quale la conferma della volontà di Ma di condurre Taiwan verso l’unificazione con la Repubblica Popolare Cinese, l’Accordo Quadro di Cooperazione Economica mira, nelle intenzioni del governo di Taipei, a far respirare l’economia taiwanese afflitta da una recessione notevole in seguito al crollo delle esportazioni.
L’EFCA, sempre in virtù delle considerazioni fatte dal KMT, è diretto a controbilanciare gli andamenti economici di altre aree dell’Asia, vista l'eventualità di numerosi Free Trade Agreements tra la Cina e i paesi membri dell’ASEAN, accordi che di fatto taglierebbero fuori Taiwan dallo sviluppo economico locale.
Tra i principali esportatori mondiali di prodotti tecnologici sofisticati (palmari, notebook, netbook, ecc.) nonché punto di riferimento planetario per la ricerca sulle nanotecnologie, secondo solo alla Corea del Sud, l’isola di Taiwan ha risentito particolarmente della crisi internazionale, vedendo diminuire la domanda di prodotti tecnologici proveniente dall’Europa e naturalmente dagli Stati Uniti.
Secondo i piani del KMT, il partito al governo, l’apertura alla Cina popolare diventa quindi una valvola di sfogo per l’economia isolana. Possibilità di investimenti diretti da parte di aziende taiwanesi su suolo continentale (e viceversa), aumento degli scambi logistici aerei e marittimi e enorme flusso di turisti cinesi desiderosi di visitare l’isola su cui da troppo tempo non mettono piede (il numero dei voli settimanali aumenterà dagli attuali 108 a 270).
Lo stesso primo ministro cinese Wen Jiabao, durante il discorso all’Assemblea Nazionale del Popolo tenutasi a Pechino in marzo, aveva dichiarato di voler visitare Taiwan, citando due tra i più celebri luoghi turistici dell’isola: il Sun Moon Lake e la foresta di Alishan.
Un susseguirsi di abbracci e aperture, quindi; ultima delle quali (29 aprile) quella che vede la Repubblica Popolare Cinese accondiscendente nei confronti di un probabile ingresso di Taiwan all’interno del WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in qualità di membro osservatore.
Ma questo evento richiede un’analisi molto più approfondita.
giovedì 30 aprile 2009
mercoledì 1 aprile 2009
Il Riarmo Asiatico

E’ un dato di fatto, l’Estremo Oriente sta tirando fuori gli artigli. E non si tratta delle quattro vecchie tigri che ruggirono già nel mondo economico degli anni Settanta. Ora si parla di potenza bellica.
Dalla Corea del Nord alla Malaysia, ognuno con i suoi mezzi, sembra esserci da qualche anno una corsa al riarmo, che negli ultimi tempi ha dato un colpo d’acceleratore.
Chi per orgoglio nazionale, chi per rivendicazioni territoriali, chi per assicurarsi una difesa, chi per estendere la propria influenza, chi per contenere quella altrui, il lato ovest dell’Oceano Pacifico sta dando cenni di ebollizione. Per tacere di tutto quello che accade nel subcontinente indiano, che tralasciamo per motivi di spazio.
Andiamo per gradi. Primo: chi sono gli attori? Sembra strano, ma è proprio il caso di dire tutti. O almeno tutti quelli che si affacciano sul mare: Corea del Nord, Corea del Sud, Cina, Giappone, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Filippine (e Sultanato del Brunei, per quanto possa influire sulle sorti regionali una realtà così piccola). Naturalmente non possono mancare gli Stati Uniti e, a distanza, la Russia.
Secondo: per quali motivi? Qui le risposte sono molteplici e riguardano tutte le cause, esplicite e implicite, che generalmente inducono un Paese ad affilare i coltelli. Cerchiamo quindi di tracciare un quadro generale prima di scendere nei dettagli.
A differenza dell’Europa e dell’Occidente in generale, in Estremo Oriente la Seconda Guerra Mondiale non è finita nel 1945. In Asia le conflittualità proseguirono con una guerra civile in Cina fino al 1949, poi una guerra in Corea (1950-1954, sebbene ad oggi non sia ancora stato firmato un accordo di pace ufficiale) e una guerra in Indocina (1946-1954) che in pochi anni si tramutò nella più celebre Guerra del Vietnam (1964-1975), solo per ricordare alcuni eventi. Ognuna con i propri strascichi.
La questione dello Stretto di Taiwan e il rapporto tra Seul e Pyonyang sono solo i casi irrisolti più noti dell’Estremo Oriente.
E se nell’ultimo anno i rapporti tra Taipei e Pechino si sono raffreddati, tutto l’opposto accade qualche parallelo a nord. Notizia del giorno è infatti il probabile lancio di un missile da parte del governo di Kim Jong-il, da eseguirsi tra il 4 e l’8 aprile prossimi.
Pyongyang dice che è per scopi scientifici: il legittimo lancio di un satellite in orbita. Seul, Tokyo e Washington non sono d’accordo: il mezzo utilizzato sarà infatti il Taepodong-2, già sperimentato (con esito fallimentare) nel 2006 e in grado di portare una testata nucleare oltre che di raggiungere potenzialmente Alaska e Hawaii.
Gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno quindi già schierato la flotta al largo delle coste coreane e il Giappone si è dichiarato pronto a intercettare il missile e distruggerlo in volo, se risulterà essere un pericolo per l’incolumità territoriale nipponica. Naturalmente, tale distruzione verrà interpretata dalla Corea del Nord quale atto di aggressione militare, con tutte le conseguenze del caso.
Un bel test per Barack Obama.
Mosca e Pechino intanto guardano, e suggeriscono a Pyongyang di non effettuare il lancio, per il bene di tutti. Soprattutto di Pechino.
E qui entra in gioco un altro fattore: l’espansione militar/territoriale cinese; la Repubblica Popolare Cinese, infatti, negli ultimi tempi sta uscendo fuori dal guscio. Il suo apparato militare, nonostante sia molto lontano dai livelli della macchina da guerra Statunitense (sotto tutti gli aspetti, al primo posto nel mondo), sta crescendo a ritmi notevoli e, per la prima volta dopo secoli, sta iniziando a guardare “al di là del mare”.
I continui flussi di merci e materie prime che vanno e vengono tra l’Africa e la Cina sono la motivazione ufficiale dell’espansione del settore navale cinese, diretto a proteggere suddetto commercio dalle incursioni della pirateria moderna.
Tuttavia le motivazioni potrebbero essere altre, prima fra tutte la volontà di trasformarsi in potenza regionale non solo economica, ma anche militare, riprendendo quel controllo dei mari che la dinastia Ming abbandonò nel XV secolo.
Da qui, appare chiaro il perché Pechino suggerisca a Pyongyang di limitare gli strali: maggior attivismo nordcoreano porta a maggior presenza militare statunitense nel Pacifico occidentale che, tra i suoi mari, ha il Mar Giallo, il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale.
Non è un caso che proprio recentemente si sia verificato un "battibecco" tra una nave americana e un gruppo di navi cinesi. Nella versione di Washington, la nave americana stava effettuando studi scientifici in acque internazionali, in quella di Pechino stava effettuando azioni di spionaggio in acque territoriali cinesi.
L’espansione navale cinese ha anche l’obiettivo di estendere il controllo sulle isole circostanti. In primo luogo Taiwan, che secondo Pechino presto o tardi dovrà rientrare sotto il controllo ufficiale della Repubblica Popolare.
In secondo luogo una miriade di atolli, isolette, scogli e simili che punteggiano il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale.
A sud troviamo infatti le Isole Spratly (sebbene ogni Paese le nomini in modo diverso), rivendicate oltre che dalla Cina anche da Taiwan, dalle Filippine, dal Vietnam, dalla Malaysia e dal Sultanato del Brunei. Nel solo mese di marzo, i vari governi hanno proclamato la propria sovranità ora su quest’isola, ora su quest’altra. Alcuni, come il primo ministro Malay Dato’ Seri Abdullah Bin Ahmad Badawi, ne hanno addirittura sancito il controllo approdandovi.
La Repubblica Popolare Cinese ha subito inviato di pattuglia una ex-nave militare, la Yuzheng 311, per mettere le cose in chiaro.
Le Spratly, oltre al fatto che si trovano in una zona molto pescosa e ricca di risorse naturali quali il petrolio, sono anche un punto strategico per il commercio nell’Estremo Oriente, e a poche miglia dallo Stretto di Malacca, che è la porta d’accesso all’Oceano Indiano.
Le Spratly sono solo l’inizio del valzer delle isole orientali. Infatti, le risorse naturali sono alla base anche delle rivendicazioni su un altro gruppo di isole, le Diaoyutai, poste a est della Cina e contese tra Pechino, Taipei e Tokyo (che le chiama Senkaku).
Il Giappone, tuttavia, rivendica anche i Territori Settentrionali (Etorofu, Kunashiri, Shikotan, e il gruppo delle Habomai) contendendoli alla Russia, che li chiama Kurili Meridionali, e che dal 1945 aspettano ancora un trattato di pace tra Mosca e Tokyo che ne sancisca la definitiva sovranità.
Infine, Tokyo litiga con Seul (in questo caso sostenuta da Pyongyang) per il possesso delle Takeshima, note ai coreani con il nome di Dokdo.
E’ importante ricordare, a questo proposito, che il Giappone all’indomani della sconfitta del 1945 è uscito fortemente ridimensionato sotto il profilo militare e territoriale. Il grosso limite impostogli di non poter possedere un proprio esercito, se non per scopi difensivi o per polizia interna, ha di fatto impedito la risoluzione di determinate diatribe.
L’istituzione nel 2007 di un Ministero della Difesa giapponese (fino ad allora assente) è il segno tangibile di un crescente interesse verso gli equilibri di forza regionali e del riaffiorare di problematiche a lungo sopite.
giovedì 19 marzo 2009
Se i due litiganti fanno pace
Gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese hanno spesso avuto punti di contrasto, per i più disparati motivi. Recentemente, ad esempio, sono stati i diritti umani (leggasi soprattutto Tibet, un appuntamento fisso in marzo) e il potenziale militare cinese, in particolare quello navale, a raggiungere il centro dell’attenzione.
In mezzo ai due giganti e alle loro distanze, ha sempre trovato spazio Taiwan.
Da un anno a questa parte però le cose sembrano cambiare, in generale per tutti ma in modo determinante per Taipei.
Dal 2000 e fino agli inizi del 2008, Taiwan è stata governata dal Partito Democratico Progressista, nella figura del presidente Chen Shui-bian. Il leit-motiv della sua politica estera è stato spingere per l'indipendenza formale (di fatto Taiwan è già indipendente, possedendo un proprio esercito, una propria moneta e proprie istituzioni) o quantomeno per un maggior riconoscimento internazionale dell'isola attraverso la partecipazione a organismi quali l'Organizzazione Mondiale della Sanità e la stessa ONU.
Tale posizione ha messo in seria difficoltà il governo americano, principale amico di Taipei sin dalla ritirata di Chiang Kai-shek nel 1949, e ha spinto il governo di Pechino a emanare l’ormai celebre “Legge anti secessione” del 14 marzo 2005, che autorizzava l'esercito cinese a impedire ogni dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Taiwan, se necessario anche con la forza.
Il fatto che nella provincia cinese del Fujian vi fossero (e vi sono tutt’ora) oltre mille missili cinesi puntati proprio contro l'isola, rappresentava (e rappresenta) una dimostrazione quanto mai palpabile della veridicità delle parole della Cina popolare.
Dopodichè la svolta. Tra il gennaio e il marzo 2008, in Taiwan, le elezioni legislative e quelle presidenziali hanno consegnato nelle mani dell'opposizione (ora maggioranza) tutti i poteri politici: schiacciante prevalenza di seggi al KMT nello Yuan Legislativo e Ma Ying-jeou sulla poltrona del presidente.
Come conseguenza, nello Stretto di Taiwan si sono sciolti gli iceberg e si è lasciato ampio spazio alle comunicazioni: nel giro di due meetings (uno in giugno, uno in nevembre), è stata autorizzata l’apertura di porti e aeroporti con allegato “via libera” ai voli diretti, ai collegamenti navali e agli scambi postali.
Sebbene il concetto di “status quo” non venga toccato e il governo attuale si stia guardando bene dal parlare di riunificazione, i proclami indipendentisti taiwanesi sono decisamente cessati, per la gioia e la tranquillità di tutti.
Soprattutto degli americani.
Il neoeletto Obama (e questo è l'altro importante cambiamento) ha raccolto eredità troppo ingenti dal suo predecessore per infilarci anche un pesante diverbio con la Cina: una guerra in Iraq, una guerra in Afghanistan, un Iran rabbioso, una Russia indispettita, un Venezuela riottoso, una Corea del Nord orgogliosa, una crisi economica interna e internazionale e un debito pubblico che, guarda caso, è in gran parte in mano ai cinesi, sono grattacapi già abbastanza fastidiosi.
Una crisi geopolitica tra un isola strategica protetta da un trattato internazionale e uno stato-continente che detiene quasi 700 miliardi di dollari come riserve, non sarebbe stata opportuna.
Almeno non ora.
Ed è forse proprio per il fatto che la Cina ha questo vantaggio economico che il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha deciso di scegliere l'Asia come meta del suo primo viaggio ufficiale all'estero, con tappa finale a Pechino.
Viaggio in cui non si è minimamente accennato alla questione dei diritti umani (con grave scorno di una parte del Congresso USA e di numerose organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch) e si è invece posto l'accento sull'importanza della collaborazione e dell'aiuto reciproco.
D'altronde, chi mai andrebbe a casa del proprio creditore criticandolo per come lava i pavimenti?
Naturalmente anche la Cina ha bisogno degli USA. La maggior parte delle merci cinesi viene acquistata dagli americani, e se gli States dovessero crollare economicamente si porterebbero dietro Pechino e tutte le sue riserve in dollari.
D'altronde, chi mai vorrebbe vedere il proprio debitore senza un soldo?
Decisione più che logica, quindi. Magari non universalmente condivisibile, ma logica. Tuttavia, questo cosa può comportare per gli equilibri dello Stretto di Taiwan? Ossia, se gli amici americani “passano sopra” alla questione tibetana con perfetta nonchalance negli incontri ufficiali, come si comporterebbero in caso di diverbio tra le due sponde dello stretto?
L'arrivo di Ma certamente rende le cose più facili a tutti quanti. Le problematiche relative ai rapporti politici tra Taipei e Pechino sono posposte a dopo la crisi. Ora ai tre attori della scena interessa calmare le acque e far ripartiere l’economia piuttosto che incunearsi in stridenti e pericolosi contrasti.
Ma se Richard Nixon sacrificò Chiang Kai-shek, un vero e proprio alleato diplomatico, per allontanare definitivamente Mao Zedong dalla Grande Madre Russia, allora Barack Obama (favorito dalla reciproca apertura di Pechino e Taipei) potrebbe facilmente esortare Ma Ying-jeou a proseguire su questa strada, dando un taglio alla vendita di armi a Taipei per compiacere a Hu Jintao o comunque subordinandola alla cooperazione militare con la Cina.
Washington e Pechino hanno deciso di collaborare, per non crollare. Pechino e Taipei hanno bisogno l'uno dell'altra per rilanciarsi e quindi aprono i contatti. Taipei e Washington hanno capito che non possono più discutere su quanto sia opportuno parlare di indipendenza.
Se i due litiganti fanno pace, chiunque essi siano, il terzo ne può godere solamente “rebus sic stantibus”. Il messaggio dunque è che sarà status quo ancora a lungo, a meno di improvvisi colpi di testa.
In mezzo ai due giganti e alle loro distanze, ha sempre trovato spazio Taiwan.
Da un anno a questa parte però le cose sembrano cambiare, in generale per tutti ma in modo determinante per Taipei.
Dal 2000 e fino agli inizi del 2008, Taiwan è stata governata dal Partito Democratico Progressista, nella figura del presidente Chen Shui-bian. Il leit-motiv della sua politica estera è stato spingere per l'indipendenza formale (di fatto Taiwan è già indipendente, possedendo un proprio esercito, una propria moneta e proprie istituzioni) o quantomeno per un maggior riconoscimento internazionale dell'isola attraverso la partecipazione a organismi quali l'Organizzazione Mondiale della Sanità e la stessa ONU.
Tale posizione ha messo in seria difficoltà il governo americano, principale amico di Taipei sin dalla ritirata di Chiang Kai-shek nel 1949, e ha spinto il governo di Pechino a emanare l’ormai celebre “Legge anti secessione” del 14 marzo 2005, che autorizzava l'esercito cinese a impedire ogni dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Taiwan, se necessario anche con la forza.
Il fatto che nella provincia cinese del Fujian vi fossero (e vi sono tutt’ora) oltre mille missili cinesi puntati proprio contro l'isola, rappresentava (e rappresenta) una dimostrazione quanto mai palpabile della veridicità delle parole della Cina popolare.
Dopodichè la svolta. Tra il gennaio e il marzo 2008, in Taiwan, le elezioni legislative e quelle presidenziali hanno consegnato nelle mani dell'opposizione (ora maggioranza) tutti i poteri politici: schiacciante prevalenza di seggi al KMT nello Yuan Legislativo e Ma Ying-jeou sulla poltrona del presidente.
Come conseguenza, nello Stretto di Taiwan si sono sciolti gli iceberg e si è lasciato ampio spazio alle comunicazioni: nel giro di due meetings (uno in giugno, uno in nevembre), è stata autorizzata l’apertura di porti e aeroporti con allegato “via libera” ai voli diretti, ai collegamenti navali e agli scambi postali.
Sebbene il concetto di “status quo” non venga toccato e il governo attuale si stia guardando bene dal parlare di riunificazione, i proclami indipendentisti taiwanesi sono decisamente cessati, per la gioia e la tranquillità di tutti.
Soprattutto degli americani.
Il neoeletto Obama (e questo è l'altro importante cambiamento) ha raccolto eredità troppo ingenti dal suo predecessore per infilarci anche un pesante diverbio con la Cina: una guerra in Iraq, una guerra in Afghanistan, un Iran rabbioso, una Russia indispettita, un Venezuela riottoso, una Corea del Nord orgogliosa, una crisi economica interna e internazionale e un debito pubblico che, guarda caso, è in gran parte in mano ai cinesi, sono grattacapi già abbastanza fastidiosi.
Una crisi geopolitica tra un isola strategica protetta da un trattato internazionale e uno stato-continente che detiene quasi 700 miliardi di dollari come riserve, non sarebbe stata opportuna.
Almeno non ora.
Ed è forse proprio per il fatto che la Cina ha questo vantaggio economico che il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha deciso di scegliere l'Asia come meta del suo primo viaggio ufficiale all'estero, con tappa finale a Pechino.
Viaggio in cui non si è minimamente accennato alla questione dei diritti umani (con grave scorno di una parte del Congresso USA e di numerose organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch) e si è invece posto l'accento sull'importanza della collaborazione e dell'aiuto reciproco.
D'altronde, chi mai andrebbe a casa del proprio creditore criticandolo per come lava i pavimenti?
Naturalmente anche la Cina ha bisogno degli USA. La maggior parte delle merci cinesi viene acquistata dagli americani, e se gli States dovessero crollare economicamente si porterebbero dietro Pechino e tutte le sue riserve in dollari.
D'altronde, chi mai vorrebbe vedere il proprio debitore senza un soldo?
Decisione più che logica, quindi. Magari non universalmente condivisibile, ma logica. Tuttavia, questo cosa può comportare per gli equilibri dello Stretto di Taiwan? Ossia, se gli amici americani “passano sopra” alla questione tibetana con perfetta nonchalance negli incontri ufficiali, come si comporterebbero in caso di diverbio tra le due sponde dello stretto?
L'arrivo di Ma certamente rende le cose più facili a tutti quanti. Le problematiche relative ai rapporti politici tra Taipei e Pechino sono posposte a dopo la crisi. Ora ai tre attori della scena interessa calmare le acque e far ripartiere l’economia piuttosto che incunearsi in stridenti e pericolosi contrasti.
Ma se Richard Nixon sacrificò Chiang Kai-shek, un vero e proprio alleato diplomatico, per allontanare definitivamente Mao Zedong dalla Grande Madre Russia, allora Barack Obama (favorito dalla reciproca apertura di Pechino e Taipei) potrebbe facilmente esortare Ma Ying-jeou a proseguire su questa strada, dando un taglio alla vendita di armi a Taipei per compiacere a Hu Jintao o comunque subordinandola alla cooperazione militare con la Cina.
Washington e Pechino hanno deciso di collaborare, per non crollare. Pechino e Taipei hanno bisogno l'uno dell'altra per rilanciarsi e quindi aprono i contatti. Taipei e Washington hanno capito che non possono più discutere su quanto sia opportuno parlare di indipendenza.
Se i due litiganti fanno pace, chiunque essi siano, il terzo ne può godere solamente “rebus sic stantibus”. Il messaggio dunque è che sarà status quo ancora a lungo, a meno di improvvisi colpi di testa.
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